Questo mese dedichiamo il consueto articolo di Scienza & Tecnologia ad un argomento di grande attualità: l’energia nucleare. Sia quella da fissione utilizzata in tutte le centrali nucleari oggi in funzione, e che suscita tante preoccupazioni e gravi problemi, sia quella da fusione, che dovrebbe rappresentare il traguardo ultimo per liberare l’umanità dal bisogno energetico. La fusione non produce scorie radioattive ed utilizza come “carburante” piccolissime quantità di idrogeno che viene trasformato in elio cedendo enormi quantità di energia. Il tutto avviene ad una temperatura elevatissima che è molto difficile da gestire; per questo motivo le ricerche in corso sono in una fase sperimentale e i due progetti più avanzati sono ancora allo stato embrionale. Se tutto andrà bene, ci vorranno almeno 60 anni per riuscire a costruire una centrale in grado di produrre con questa tecnologia tutta l’energia pulita di cui abbiamo bisogno. Nel frattempo nel nostro Paese infuria la polemica sugli incentivi al fotovoltaico che il governo vorrebbe tagliare in maniera significativa, oltre la soglia ormai, praticamente, raggiunta, degli 8 GW. Questa potenza consentirà di produrre ogni anno circa 10 TWh di energia elettrica (pari a circa il 2,5% del fabbisogno italiano) e comporterà un maggior costo per i cittadini (gli incentivi vengono pagati in bolletta) di circa 2-3 miliardi di euro per ciascuno dei prossimi 20 anni, per un totale complessivo, quindi, per il sistema-paese, di una cinquantina di miliardi. Nella maggior parte dei casi questa montagna di denaro finirà nelle casse di produttori e finanziarie straniere (capitali e pannelli solari sono prevalentemente d’importazione) ed a noi resteranno le briciole che andranno a coprire i costi di progettazione, installazione e manutenzione. Nella migliore delle ipotesi andranno a qualche assemblatore che compra i wafer in Cina. Certo, c’è anche il risparmio di CO2, ma lo stesso risultato l’avremmo ottenuto comprando i 10 TWh dai francesi che lo producono (col nucleare) senza immettere nulla in atmosfera. Scopo primario degli incentivi era quello di riuscire a creare competenze tecnologiche per consentire la nascita di una vera industria nazionale del fotovoltaico: purtroppo così non è stato. Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se, come dicevamo prima, avessimo comprato l’energia dalla Francia ma prelevato ugualmente i 50 miliardi dalle bollette destinandoli alla ricerca in questo campo. Sicuramente anche una percentuale modesta di questa cifra, se ben spesa, avrebbe prodotto risultati più significativi. Attualmente c’è chi chiede che il tetto per il fotovoltaico incentivabile venga portato a 20 GW; pur con una riduzione delle sovvenzioni si tratterebbe di tirare fuori dalle nostre tasche altri 50 miliardi nei prossimi 20 anni. Ne vale la pena? A prescindere dall’accordo che troveranno il governo e le lobby del solare, noi abbiamo una piccola proposta: destinare, in ogni caso, una parte di questi incentivi (10-20% al massimo) alla ricerca pura nel settore del fotovoltaico e di tutte quelle altre tecnologie pulite, fusione nucleare compresa. Sarebbero circa 10-20 miliardi in 20 anni da destinare alla ricerca.
Cosa ne pensate?
Buona lettura
Arsenio Spadoni