Diciamocelo chiaramente: la maggior parte degli addetti ai lavori pensava che l’onda innovativa partita da Ivrea sei anni fa col progetto Arduino non avrebbe mai travalicato i limiti dei sistemi ad 8 bit e si sarebbe fermata alle applicazioni con Arduino UNO o, al massimo, con Arduino Mega. D’altra parte il lavoro di semplificazione e chiarezza che è la vera forza di Arduino ben si adatta a questi sistemi (relativamente) semplici. Immaginare di affrontare con gli stessi meccanismi problematiche molto più complesse come quelle legate al funzionamento di un processore a 32 bit o ad uno stack TCP/IP sembrava ai più troppo difficile, e probabilmente anche lo stesso team di Arduino la pensava allo stesso modo.

Col tempo però, grazie anche all’enorme successo di questa iniziativa ed al contributo di una comunità sempre più numerosa ed attiva, ed utilizzando lo stesso approccio di semplificazione e “spacchettamento” dei problemi, Massimo Banzi ed i suoi collaboratori si sono convinti che anche tecnologie molto più complesse potevano essere messe a disposizione di hobbysti, studenti ed appassionati. Ecco dunque, dopo oltre un anno di gestazione, il salto di qualità rappresentato dalle nuove schede presentate a settembre a New York, in particolare dalla nuova board a 32 bit basata su core ARM e dallo Shield Wi-Fi. Schede ancora in fase di sviluppo che però, visto anche l’approccio e le parole di Banzi, hanno convinto tutti – noi compresi – della loro validità: sistemi che consentiranno alla comunità di hobbysti di avere a disposizione strumenti molto più validi e performanti. Ma che potranno essere utilizzati anche dai professionisti per realizzare progetti ad alto contenuto tecnologico. Se a tutto ciò aggiungiamo il rilascio di un sistema di sviluppo definitivo e stabile come la versione 1.0 di Arduino e la possibilità di sviluppare anche direttamente sui chip AVR (come abbiamo dimostrato il mese scorso), ecco che ci troviamo di fronte, ormai, ad uno “standard” valido anche per applicazioni professionali.

Non sappiamo se, all’inizio della loro avventura, questo fosse l’obiettivo dei promotori di Arduino: sta di fatto che ormai sono tutte le altre Case ad inseguire e cercare di imitare Arduino, in primis Microchip. Non a caso Atmel, la casa che produce i processori utilizzati sulle board Arduino, è passata – nel 2010 – dal decimo al quinto posto nella classifica dei produttori mondiali di MCU.

A questo punto vien da chiedersi cosa manca ad Arduino per diventare un standard professionale “completo”. Per noi una sola cosa: un valido debugger.
Voi cosa ne pensate?