È stato il filo conduttore della serie di interventi che hanno caratterizzato la prima giornata della Maker Faire: introdotti da Riccardo Luna, sul palco si sono avvicendati makers piccoli e grandi, imprenditori, insegnanti e giornalisti che hanno raccontato  le proprie esperienze e la propria visione del futuro.

Alla conferenza hanno assistito più di 1.000 persone (un numero decisamente alto per un giorno feriale) che hanno affollato la sala principale del Palazzo dei Congressi nel quartiere EUR di Roma, il quartiere che è l’espressione massima dell’architettura del ventennio fascista.

In questo particolare location abbiamo avuto modo di ascoltare i racconti di Bruce Sterling, Dale Dougherty, Raffaello D’Andrea e molti altri ancora.

Ecco un resoconto completo di quanto accaduto il 3 Ottobre alla Maker Faire di Roma.

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Il primo intervento è stato quello di Joey Hudy, il ragazzo diventato quasi un mito dopo aver mostrato al presidente Obama cosa poteva fare il suo fucile spara-caramelle che egli stesso aveva inventato e costruito.  Joey, dopo aver raccontato la sua storia (a 16 anni ha già realizzato una serie di prodotti commerciali tra i quali un body scanner), ha sottolineato l’importanza di avere uno spazio dove poter “fare” fin da quando si è molto giovani e la particolare emozione  che suscita sentirsi parte di una comunità che ti accetta per la tua passione (e la comunità della Maker Faire è il massimo). E trovare persone in sintonia con il tuo modo di pensare non può che rafforzare la tua figura di maker.

Dopo Joey è stata la volta di Mark Frauenfelder, editore di Make Magazine e guru della comunità dei makers, che ci ha raccontato la storia del fare negli ultimi 100 anni. È stato  impressionante vedere quante riviste (soprattutto dagli Stati Uniti), siano stato pubblicata nel corso del secolo scorso. Mark ha anche sottolineato come il movimento dei Makers stia attraversando una trasformazione da una prima fase, durante la quale i Makers realizzavano per lo più cose per se stessi (fai da te), a una seconda fase dove i Makers fanno cose per gli altri Makers.

Principalmente a causa della fine dei vantaggi organizzativi che Fraunfelder ha identificato in Ricerca e Sviluppo, progettazione, finanziamento, sourcing, prototipazione, produzione, vendita e distribuzione. Tutte queste risorse sono ormai alla portata di un maggior numero di persone mentre la connettività sta facendo il resto: è una questione di condivisione di esperienze.

Davide Gauntlett ci ha spiegato come fare significhi connettere e quanto il fare sia importante per la società, l’economia e noi stessi. Fare è connettere perché si connettono materiali, perché si sta socialmente connessi e perché si fa un collegamento tra se stessi e il mondo, quando si crea qualcosa.

Le persone fanno perché vogliono essere coinvolte con le reti e le comunità ed essere riconosciuti. È come dire “eccomi, ho fatto questo” e poi, nel tempo “abbiamo fatto questo”; fare significa realizzare un piccolo passo verso il cambiamento del mondo, non si tratta di costruire qualcosa di più economico, è la bellezza e la gioia di fare le cose.

Leah Buechley, professoressa del MIT e mamma di Arduino Lilypad – la scheda Arduino per il wearable – ha fatto un discorso particolarmente coinvolgente su arte, artigianato, moda e tecnologia indossabile.

Abbiamo visto immagini di diversi bellissimi progetti realizzati con Lilypad e destinati principalmente ai giovani e ai bambini  (un libro, Sew Electric, che uscirà a fine mese, potrebbe essere una interessante lettura).

Leah ha anche mostrato il cellulare open di David Mellis e ha illustrato come le persone che hanno partecipato al workshop “make your own phone” hanno rivisitato questo progetto. Un intervento davvero coinvolgente.

Jennifer Jacobs da DressCode ci ha parlato di un IDE e un linguaggio di programmazione per la progettazione di oggetti di moda mediante software. In generale, il discorso è stato incentrato sul vedere il making e il movimento dei creatori come interconnessi e in continuità con l’artigianato, la creatività, il design.

Josef Prusa ha introdotto RepRap: progetto che ha dato vita ad un intero movimento di stampa 3D. È stato bello vedere la stampante Darwin e poi la Mendel, il progetto dal quale è iniziata la storia della della RepRap (la Mendel è stata l’ultima stampante  progettata all’Università di Bath). Josep ha successivamente mostrato le numerosissime stampanti nate dal progetto RepRap, un impressionante albero di tecnologie con la stessa radice, raccontando anche come la comunità RepRap sia riuscita a spingere Github a implementare funzionalità 3D perché tutta la comunità stava usando Github per la progettazione hardware.

Ha poi mostrato altre stampanti 3D, una più bella dell’altra, tra le quale la Rep Rap Simpson composta da parti riproducibili al 90%, proprio una bella macchina.

Poi ci ha fornito uno spaccato della comunità RepRap:  fondamentalmente incontrollabile, veloce e snella, capace di adattarsi. Il problema è che nessuno vuole fare quella cosa noiosa che per gli sviluppatori è rappresentata dal marketing; c’è una scarsa comunicazione con i non sviluppatori (ho visto questo problema in molti progetti aperti). Prusa ha concluso il suo intervento chiedendo meno hype sul 3dprinting. Parole sante.

Sul palco è stato raggiunto da Alessandro Ranellucci (Slic3r) che ha rafforzato l’invito per le attività open source, l’apertura, la collaborazione contro la concorrenza: chi conosce Ranellucci sa come questo appello sia davvero sincero e profondo.

Enrico Dini (Dshape) a cuore aperto ha detto che grazie alla stampa 3D su larga scala:

“è possibile stampare la matematica, algoritmi di pietra”

Abbiamo visto delle bellissime immagini del primo prototipo che ha costruito, con le persone che lavorano, coperte di polvere, a lucidare le stampe. Dini ha insisitito che la matematica ha un ruolo chiave, la matematica, è espressione della natura: Dini ha usato il concetto di Archi-natura (Italiani!) per tutto il talk. Amo questa idea di “stampa della natura”. “Mai il cervello è stato così vicino a concretizzare i pensieri”, ha detto, mostrando poi il laboratorio che ha ora a Pisa (un progetto con finanziamento pubblico) con una stampante veramente enorme.

In conclusione ha parlato del suo progetto di stampa di barriere  costiere per la protezione dei pesci.

Bruce Sterling: in un discorso molto profondo Sterling ha esplorato il concetto di cambiamento della produzione: i prodotti convenzionali sono l’intersezione di Fattibile-Desiderabile-Redditizio ma d’altra parte alcune macchine sono create per fare assolutamente nulla, solamente in funzione della bellezza o dell’arte. Sterling ha anche proposto un incredibile passaggio sulla cultura giapponese del Chindogu i prodotti non-inutili continuando, in chiusura ad esplorare questo ed altri aspetti del fare: la gioia, la necessità, la bellezza e ancora altro.

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È arrivato quindi il momento per Alice Taylor da Toys from the Future, intervento che si è concentrata sulle tecnologie abilitanti e sugli approcci alla co-creazione: ognuno dei giocattoli è unico (passaggio interessante su come ottenere la certificazione CE – “si può fare giocattoli”). In seguito ha confrontato l’industria tradizionale del giocattolo e la loro esperienza: la personalizzazione nell’industria tradizionale si affronta in un modo molto costoso – avere 40 modelli e quindi permettere all’utente di scegliere quello che si adatta al meglio alle proprie aspettative. Alice ha un approccio molto diverso: la produzione in tempo reale e la condivisione del del maggior numero possibile di informazioni (disegni open). Col tempo, la comunità cresce e hacks e mods emergono dalla stessa (come l’utilizzo di Arduino per aggiungere funzionalità). Il 3Dprinting sta maturando e alla fine sarà più che competitivo. Inoltre, il marketing: i grandi marchi spendono un sacco di soldi in questa attività mentre aziende come questa sono in prima linea nella costruzione di nuovi modi di creare i prodotti.

Jennifer Turliuk ha parlato di come aumentare il potenziale umano e l’innovazione: il punto d’incontro di ciò che sai fare bene, quello che ti piace fare, quello di cui il mondo ha bisogno.

Ha anche mostrato come sia importante per i bambini un approccio alle cose di questo genere, rendendo omaggio al metodo di insegnamento Montessori, scuole che hanno visto tra i propri allievi Jeff Bezos, Larry Page e tanti altri.

Il punto ora è coinvolgere i ragazzi nel fare, ragazzi che saranno i Changemakers del futuro. L’idea dietro Makerkids (Makerspace per bambini) è esattamente questa, un approccio concentrato sulla creatività e non sulle regole.

Dale Dougherty ha poi moderato un panel con Massimo Banzi e Brian Krzanich (CEO di Intel). Solamente 60 giorni fa Intel ha iniziato a collaborare con Arduino, volendo essere parte di questa comunità. Krzanich ha annunciato poco dopo Galileo, la prima scheda Intel basata su Arduino: questo prodotto sarà completamente open source, una soluzione davvero interessante – e inusuale – per Intel. La scheda sarà disponibile nel mese di novembre ad un costo di circa 40 dollari. Ecco l’annuncio ufficiale: http://www.intel.com/content/www/us/en/do-it-yourself/galileo-maker-quark-board.html.

Banzi ha confermato che Arduino sta realizzando delle partnership globali per rendere la tecnologia Arduino disponibile per tutti, e questo è il motivo della collaborazione con Intel. D’altra parte, Intel ha molto interesse per l’Internet delle Cose, e questo è il driver principale dietro il rapporto con Arduino. Nel complesso: un grande win-win per tutti.

Jack Andraka: questo ragazzo è speciale, lo sanno tutti, ma è stato davvero bello conoscere la sua storia. Un giovane ragazzo che vuole sapere di più sul cancro (lo zio era morto di tumore al pancreas) e grazie a Internet apprende che l’85% delle vittime di cancro sono dovute al ritardo nella diagnosi. Quindi, fondamentalmente grazie a Google e Wikipedia, fa alcuni esperimenti per la rilevazione delle proteine (proteine ​​in grado di rilevare il cancro precoce) e alla fine di un’estate intera di lavoro si concentra sul tumore al pancreas e la caccia per una specifica proteina. La parte interessante è che l’abstract di 32 pagine da lui creato ed inviato a 200 laboratori è stato respinto da 199. Alla fine, il suo lavoro è stato preso in considerazione da un laboratorio presso il quale ha lavorato e, dopo sette mesi, ha creato un semplice sensore di carta per rilevare il cancro, incredibilmente sensibile e a buon mercato (30 centesimi). Adoro questo ragazzo.

Nina Tandon ha quindi parlato sul potenziale di integrazione di tecnologie protesiche con le cellule staminali. È stato veramente interessante vedere come, grazie a impalcature stampate in 3D e a un bioreattore molto innovativo, si possono effettivamente creare parti di ricambio per il corpo umano.

Nina ha presentato un progetto di bioreattore molto innovativo (da Epibone), e la sua esperienza nel sostituire uno stimolatore elettrico da 3.000 dollari con un hack supercheap che costa pochi dollari. Stanno ora scalando il progetto del bioreattore per consentire lo scenario di test delle medicine: questo renderebbe il processo veramente democratico ed economico e sarebbe, per esempio,  un’alternativa ai test sugli animali. In generale, questi ragazzi stanno prendendo costosi processi tecnici di ingegneria biologica e li democratizzano, un’azienda incredibile. È stato molto forte il suo  invito per una nuova generazione di bio-hacker e per spazi di bio hacking.

“la prima rivoluzione industriale ha riguardato le macchine, la secondo le informazioni, la terza deve riguardare la vita”

Finalmente un protagonista italiano: bio-on, azienda che ha recentemente creato una bio-plastica prodotta con materiali riciclati (rifiuti agricoli, per lo più melasso di barbabietola) e batteri. A quanto pare i batteri immagazzinano energia in catene polimeriche, materia che può essere usata come base di un nuovo tipo di plastica. La cosa interessante è che questa plastica ha le stesse caratteristiche della plastica industriale. Inoltre viene estratta dai batteri senza solventi chimici, ma grazie a vapore e a un processo meccanico. Perché diavolo non stiamo facendo tutto con questa plastica? Un grande citazione da Marco Astorri “la chimica del futuro viene dalla natura”. Di certo ha sottolineato chiaramente l’importanza della biomimetica.

Ora l’azienda si trova ad affrontare il grande problema dei rifiuti elettronici: pensate che la bioplastica è in grado (se viene utilizzato grafene per integrarla) di condurre elettricità. Forse non molto in linea con il tema “makers” (nessuna tecnologia aperta coinvolta, nessuna fabbricazione digitale).

Raffaello D’Andrea ha iniziato parlando di alcune incredibili tendenze che rendono questi giorni emozionanti: sensori a basso costo, incredibile potenza di calcolo e di attuazione. Stiamo chiudendo il ciclo con il mondo fisico (sono sicuro che siete a conoscenza di questo fatto, voi lettori). Il Professor D’Andrea sta facendo un ottimo lavoro con la robotica ed è incredibile come lui e il suo team stiano usando la robotica stessa per spingersi verso nuove frontiere. Non so se avete visto il loro Distributed Array in volo o http://www.flyingmachinearena.org/. Potente.

Forse all’ETH sono troppo concentrate sulle macchine volanti, in realtà hanno una visione  sulla confluenza senza precedenti tra sviluppo tecnologico e algoritmica che ci permette di fare cose che non sono mai state fatte prima. Facciamole!

È stata poi la volta di BlackShape un’altra società italiana che ha ottenuto una sovvenzione pubblica da 25.000 euro e ha costruito da nulla un incredibile aereo ultraleggero in gran parte realizzato (95%) in fibra di carbonio. La società sta ora scalando grazie ad alcuni investimenti e la costruzione di un aeroplano più grande, con la stessa tecnologia. In un certo senso, questa storia incarna l’approccio dei makers: questi ragazzi hanno creato una società di produzione agile dal nulla in un luogo complesso come l’Italia meridionale. Chapeau.

Di seguito un altro italiano, Filippo Sala con la sua Zero Emission Vehicle ZEV, un veicolo ad energia solare che è stato ironicamente creato nella stessa città in cui è nata la Ferrari. Seicento studenti hanno aiutato il professor Sala a costruire i suoi veicoli solare negli anni e anche quest’anno una delle sue macchine (Emilia 3)  parteciperà al World Solar Challenge in Australia. Grande storia. Questi ragazzi hanno creato anche una soluzione completa che è in grado (grazie a 8 pannelli solari) di creare idrogeno per permettere alla vettura di funzionare per 70 km con l’equivalente di un bicchiere d’acqua. Incredibile, ancora una volta.

Ionut Bodisteanu ha presentato la sua esperienza nel democratizzare le self driving cars. Direte: un’altra self driving car? Sì, ma a basso costo. Le Self Driving cars attuali usano un componente chiamato 3D Lidar (della ditta Velodyne) che, costa 75 mila dollari e viene utilizzato praticamente da tutti. Un monopolio: per questo Ionut si sta focalizzando sulla costruzione di una alternativa da 4 mila dollari. Tra l’altro il suo progetto ha vinto il premio Intel ISEF 2013, forse non è una vera e propria coincidenza :).

Carlo De Micheli ha presentato OSVehicle: l’idea è quella di avere un telaio open source per un veicolo parametrico e personalizzabile e che si può assemblare in 60 minuti. Questa idea ha qualcosa di interessante di sicuro, come la progettazione parametrica del telaio e i motori intercambiabili (anche ibrido o elettrico). Se solo questo progetto offrisse veramente quanto promesso sul palco (non dimenticate che questo era una prima mondiale, di nuovo)… Mi chiedo se conoscono il lavoro di Open Source Ecology, Wikispeed, Local Motors. In ogni caso c’è sempre spazio per un altro veicolo Open Source. Sono curioso di saperne di più sul modello di business di questo gruppo di ragazzi.

Nur-da Bar Shai ci vuole far socializzare con i batteri. L’idea è capire come questi comunicano, attraverso le reti e imparare forse di più su come possiamo comunicare noi in questa epoca. Nonostante siano singole cellule, i batteri funzionano socialmente in colonie, e tutto si basa sulla comunicazione.

La cosa più interessante è che Nur, ha continuato la maggior parte delle sue attività (dopo aver visitato l’Università di Tel Aviv) in uno spazio bio-hacking a Brooklyn, chiamato Genspace, e questa è un’altra dimostrazione che non esiste più una cosa come “il mondo accademico” chiuso. Tutti possono fare ricerca oggi e questa è una grande cosa. Abbiamo bisogno di una scienza più aperta, collaborativa.

Poi è arrivato il momento per Stefan Heckenberger di raccontare un progetto fantastico: Lasersaur.  Maker Faire Roma è stata finalmente una buona occasione per raccontarsi al pubblico europeo e italiano. Lasersaur è un bel progetto in quanto affronta la democratizzazione del taglio laser, un processo che – diversamente dal 3dprinting – non subisce ancora il flusso di innovazione che di recente abbiamo visto in altri aspetti della fabbricazione digitale. Abbiamo bisogno di più progetti come Lasersaur in giro. Aperti, hackable, concentrati sulla comunità.

Peter Troxler ha poi introdotto gli inesperti al mondo dei Fablabs. Troxler è uno degli esperti più eminenti del mondo dei fablabs e del fabbing in generale: è stato bello averlo sul palco. Troxler ha posto questione: “i fablabs riguardano la fabbricazione personale o la fabbricazione sociale?”

Troxler ha insistito molto sugli aspetti sociali della Fabbing durante il suo breve discorso. Grande visione, come sempre.

Tomas Diez ha quindi parlato della storia dell’innovazione legata ai miglioramenti tecnologici. Ha inquadrato lo sviluppo nella storia: dal Rinascimento ai computer, dalla scoperta delle Americhe a Internet. Questo è servito a introdurre un quadro chiaro degli attuali modelli produttivi: nonostante abbiamo computer e Internet abbiamo ancora una produzione basata su un approccio centralizzato: Prodotto in – Spazzatura out. Se invece aggiungiamo la decentralizzazione abbiamo un nuovo modello Dati in – Dati out:questa è la visione che sta dietro progetto FabCity Barcellona. Cercare di creare hub distribuiti di produzione. Very cool.

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Massimo Menichinelli ha quindi guadagnato il palco per spiegare in dettaglio che cosa significa fare Open Design. La vasta esperienza di Massimo è servita a dare un quadro chiaro delle complessità e del significato del design aperto. Il Design aperto è una cosa complessa, ancora in fase di studio da parte dei designer di tutto il mondo: è condivisione, apertura, ma con un occhio al potenziamento delle persone nell’accesso, nell’imparare e nelle possibilità di replicare. Massimo ha anche spiegato come l’open design riguarda i processi, le interazioni, le questioni sociali, il sourcing.

Massimo ha continuato spiegando che cosa significa veramente design aperto, in termini di sostenibilità, diritto di aggiustare, filiera corta. Una presenza rinfrescante sul palco del Maker Faire e un messaggio chiaro: l’apertura come mezzo per guidare il cambiamento. Mi è piaciuto molto.

Infine è stato bello vedere Sam Murihead mostrare la sua esperienza nel vivere un anno di opensource. Abbastanza ovvio come la maggior parte della sua esperienza di quest’anno abbia riguardato l’hardware open source (un uomo non può vivere di solo software 😀 ). È molto importante l’esperienza e il progetto, dal momento che ha dimostrato i limiti attuali del metodo open di fronte al sistema di produzione attuale. Non tutto può essere aperto a quanto pare (ancora), e Sam l’ha sperimentato. Si dovrebbe scavare nella sua storia in quanto è una vista interessante sulla fase attuale di penetrazione dell’approccio open source. E sì, Sam effettivamente ha un utilizzato intimo dell’open source 🙂

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Emiliano Cecchini, un altro speaker italiano, ha introdotto l’idea di fuggire dal dramma della sovrappopolazione grazie ad una scelta radicale: una scatola che può consentirti di vivere off the grid. L’Off Box Grid è essenzialmente un piccolo modulo che può produrre  energia elettrica, acqua, idrogeno, ecc … È questione di mettere insieme capacità di resilienza e un nuovo modo di guardare alla vita. Scollegato.

Ecco cosa è successo sul palco della Maker Faire durante il primo giorno. Sicuramente una grande giornata di conferenza e una impeccabile organizzazione, complimenti alla squadra.