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E sì che mi ero preparato per bene. Mi ero persino riletto Average is Over di Tyler Cowen e Il lavoro di domani, dal taylorismo al neoartigianato di Giuseppe Lanzavecchia per poter fare qualche domanda più puntuale ai protagonisti della conferenza stampa di presentazione della Fondazione Makers in Italy che si è svolta ieri presso il co-working torinese Toolbox, in occasione del secondo anniversario della fondazione del primo FabLab italiano e delle Officine Arduino con la partecipazione di Riccardo Luna, Carlo De Benedetti e Massimo Banzi.

Mi ero anche letto i resoconti dei recenti lavori del World Economic Forum di Davos e stavo iniziando a leggere il più ottimistico The Second Machine Age dei due professori del MIT Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee.

Questo perché ero convinto che il tema del lavoro (o della mancanza di lavoro, se preferite) in relazione alla pervasività delle tecnologie digitali sarebbe emerso fortemente dai discorsi di presentazione di questa nuova iniziativa: i FabLab, infatti, non si limitano a mettere a disposizione degli associati quelle attrezzature che – per costo o per mancanza di spazio – non possiamo metterci in casa, ma hanno principalmente lo scopo di aggregare esperienze e competenze di ciascuno per creare nuove progetti e, magari, nuove occasioni di lavoro.

Purtroppo il progresso tecnologico e, soprattutto, l’innovazione digitale, se da un lato presentano numerosi aspetti positivi, dall’altro stanno rapidamente distruggendo tantissimi posti di lavoro; un problema sociale gravissimo che secondo alcuni contribuirà alla cancellazione della classe media e che continuerà anche se l’economia si riprenderà: gli americani la chiamano jobless recovery (ripresa senza occupazione) ed il fenomeno è al centro di numerosi studi e dibattiti.

Ad onor del vero, il problema del lavoro è stato affrontato da Carlo De Benedetti che si è detto convinto che il principale problema in Italia sia proprio la mancanza di lavoro e di come sia necessario porre al centro dell’attenzione proprio l’uomo e il lavoro, rimanendo lontani dalle politiche industriali e dalle pianificazioni.

Nessun accenno, però, all’impatto di Internet e delle tecnologie digitali sul mercato di lavoro, ed alle problematiche relative, né da parte sua né da parte di Riccardo Luna, che ha introdotto la conferenza stampa e che da sempre riserva un giudizio incondizionatamente positivo su tutto quanto arriva dalla Rete.

Per questo motivo ho preferito non intervenire, neppure quando Riccardo Luna ha ricordato come negli anni ’90 Massimo Banzi fosse uno dei tanti dipendenti di Olivetti, guidata per anni da Carlo De Benedetti, mentre ora i due si confrontavano da pari a pari: a dimostrazione di come la capacità di innovare possa anche funzionare come ascensore sociale.

Magari sarebbe stato più utile ricordare ai tanti giovani presenti in sala come uno dei responsabili della distruzione di quel patrimonio economico e culturale italiano con migliaia di dipendenti quale era l’Olivetti, fu proprio l’Ing. Carlo De Benedetti, coinvolto anche in tangenti miliardarie per ottenere commesse pubbliche per quella azienda che fu costretto a lasciare, già agonizzante, nel 1996.

Anche per questo motivo in molti non hanno capito la scelta di Carlo di Benedetti quale presidente onorario di questa Fondazione. C’entra forse il fatto che De Benedetti sia l’editore di Riccardo Luna? O che entrambi siano molto vicini a quello che sarà tra qualche giorno, molto probabilmente, il nuovo Presidente del Consiglio? Tra l’altro, tempo fa, proprio Riccardo Luna veniva indicato quale probabile Ministro dell’Innovazione in un futuro governo Renzi. Vedremo.

Sta di fatto che quando la politica mette il cappello su un movimento significa due cose: il riconoscimento dell’importanza e del ruolo di quel movimento (e questo è un fatto positivo) e la fine delle normali logiche di confronto interno e di crescita del movimento stesso (e questo va meno bene).

Molto più defilata è apparsa la posizione di Massimo Banzi che non ha rinunciato, rispondendo all’unica domanda dei presenti, ad esprimere la sua netta opposizione a forme di finanziamento pubblico, sovvenzioni o quant’altro, a favore di questa o altre associazioni o iniziative: il mercato – meglio se globale – è l’unico interlocutore con il quale debbono confrontarsi makers, design e innovatori per riuscire ad affermarsi. In altre parole, il pubblico porta spesso distorsioni inaccettabili. Così come non dovremo meravigliarci – ha anche dichiarato Banzi – se tra un anno la metà degli oltre 40 FabLab nati di recente chiuderanno. Vorrà dire che non saranno stati capaci di creare una struttura sana e rispondente alle esigenze dei makers e del mercato.

Tornando alla Fondazione Makers in Italy, Riccardo Luna non ha voluto anticipare nulla in merito alle prossime iniziative, che saranno rese note solamente nel momento in cui diventeranno operative: niente annunci prematuri, insomma. L’unica anticipazione riguarda una honorary board composto da giovanissimi (dai 14 ai 19 anni), tra cui Cesare Cacitti e Rebecca Zamperini, che si affiancherà al board ufficiale che si avvarrà del contributo di Alessandro Ranellucci e Massimo Menichinelli, da anni impegnati nel movimento dei makers.

I dieci anni di Arduino

HappyBirthday

La conferenza stampa di Torino è stata anche l’occasione per una successiva chiacchierata con Massimo Banzi e Davide Gomba a proposito delle iniziative per festeggiare i 10 anni di Arduino: niente cerimonie paludate e noiose, ma incontri, workshop, mercatini e performance di ogni tipo, in qualsiasi luogo, il 29 marzo. Chiunque voglia organizzare qualcosa, anche di piccolo, è invitato a comunicarlo al Team di Arduino che, per l’occasione, promuoverà un evento a Roma.

L’intento è quello di dare vita ad una performace globale e spontanea che coinvolga gruppi di appassionati di tutti i continenti: insomma, questa volta sarà una comunanza di interessi tecnologici ad unire i popoli di tutto il mondo.

Auguri, Arduino.