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Numerosi sono i segnali che indicano il 2015 come l’anno di svolta nella crisi economica che attanaglia il nostro paese da quasi 10 anni. Il calo del prezzo del petrolio ridurrà il costo dei trasporti e dei relativi servizi, lasciando alle famiglie italiane maggiori risorse per aumentare i consumi di beni e servizi, stimolando la domanda interna. La sensibile riduzione dello spread tra titoli italiani e tedeschi consentirà di migliorare il bilancio statale risparmiando sugli interessi sul debito pubblico. Il deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro dovrebbe mettere le ali alle esportazioni del nostro paese. Il cambio di rotta della politica monetaria della Banca Centrale Europea dovrebbe aiutare i paesi messi peggio dal punto di vista della finanza pubblica (tra questi l’Italia). Infine, l’uscita dalla crisi economica degli Stati Uniti – paese che da sempre ha fatto da traino alle economie occidentali- dovrebbe fare “ripartire” anche la nostra economia.

A tutto ciò c’è da aggiungere la spinta alle riforme istituzionali del Governo attualmente in carica: dopo decenni di immobilismo politico, in meno di un anno sono state varate numerose riforme, sul contenuto delle quali è ancora presto per dare un giudizio. Sta di fatto, però, che sono state fatte mentre negli anni precedenti (forse anche nei decenni), nessuna riforma significativa è stata varata ad eccezione di quella delle pensioni (che ci è stata imposta dall’Europa) e che il Governo allora in carica ha diligentemente attuato.

Tutto bene, dunque?

Sicuramente le condizioni “esterne” ci sono e possono portare a un’inversione di tendenza. Quello che manca, tuttavia, è una radicale riforma della Pubblica Amministrazione e dell’organizzazione dello Stato Italiano. Che senso ha, ad esempio, mantenere tre Corpi di Polizia (Polizia di Stato, Carabinieri e GdF) più tanti altri (Forestale, Polizia Penitenziaria, Capitanerie di Porto, ecc.) con strutture completamente autonome che si duplicano, triplicano, ecc. e che aumentano a dismisura i costi?

Anche il settore dell’istruzione, specialmente quella professionale, andrebbe radicalmente riformato.

Da un recente sondaggio è emerso che i nostri Periti Industriali necessitano di un periodo di affiancamento tra i 2 e i 5 anni prima di raggiungere le competenze richieste per ricoprire il ruolo -all’interno delle aziende- per il quale sono stati assunti, contro una media europea compresa tra 6 mesi e un anno. Si tratta di costi che pesano sulla competitività delle aziende e che rispecchiano il fallimento della Scuola Italiana, almeno di quella tecnico-professionale.

In un mondo che diventa sempre più digitale è necessario che i ragazzi prendano confidenza con le nuove tecnologie al più presto. In Inghilterra, ad esempio, da quest’anno l’informatica viene insegnata fin dalla scuola elementare. Ecco, quando succederà qualcosa di simile anche da noi, potremo scommettere sulla ripresa economica.