Al ritorno da Las Vegas, come da copione, ecco la solita domanda di colleghi e amici: “Qual è stato il prodotto o la tecnologia più interessante che hai visto?”

Dando ormai per scontato l’arrivo a breve delle vetture connesse e a guida autonoma sulle strade di tutto il mondo (… a breve significa 5 anni, che possono essere anche solo 3, o magari 7-8, non ha importanza, quello che importa è che arriveranno), la tecnologia che più mi ha affascinato è un’altra applicazione della cosiddetta Intelligenza Artificiale.

Certo, anche la guida autonoma è un’applicazione dell’Intelligenza Artificiale, ma da un certo punto di vista può essere considerata come un’applicazione molto spinta di automazione industriale, con tanti sensori e attuatori, oltre che con un’unità di elaborazione molto potente.

L’Intelligenza Artificiale nella mia visione è sempre stata qualcosa di più etereo, molto più legata ad algoritmi di apprendimento e a una profonda capacità di interpretare tutte le sfumature dell’ambiente circostante.

E ovviamente come molti, vado sostenendo che quando questa tecnologia diventerà matura sarà in grado di modificare radicalmente tutti i settori economici: dalla ricerca medica all’educazione, dai processi produttivi alla mobilità.

Ma da cosa possiamo accorgerci che questo livello è stato raggiunto? Che l’Intelligenza Artificiale ha varcato il guado?

Personalmente ho sempre ritenuto che la capacità di elaborare il linguaggio naturale fosse il segno del raggiungimento di questa maturità.

Ebbene, questa capacità è stata raggiunta. Non solo: ormai i sistemi di Intelligenza Artificiale sono in grado di elaborare più linguaggi e, cosa straordinaria, sono in grado di convertire con grande precisione le informazioni da una lingua all’altra. Automaticamente e in tempo reale.

Tutto merito dei potentissimi sistemi di elaborazione e degli algoritmi di apprendimento e conversione messi a punto dai giganti del web: Google, Amazon, Microsoft e altri ancora.

Non so quanti di voi abbiano utilizzato recentemente servizi come Google Translator nella versione vocale; ebbene, il miglioramento delle prestazioni negli ultimi 12 mesi è pari a quello degli ultimi 10 anni.

Accedendo a questi servizi tramite le relative API, qualcuno ha pensato di realizzare degli auricolari connessi via Bluetooth allo smartphone per implementare sistemi di traduzione real time: ecco dunque un altro fantascientifico strumento di Star Trek che diventa realtà a 50 anni di distanza

Al CES 2017 era presente la start-up Mymanu CLICK con i primi prototipi di auricolari in grado di gestire ben 27 lingue differenti mentre mancava Pilot di Waverly Labs, il primo prodotto lanciato a metà 2016 e in grado di gestire 5 lingue.

Entrambe le società hanno annunciato la disponibilità dei propri auricolari a partire da maggio 2017 ad un costo di 199 dollari per coppia; da segnalare che nei mesi scorsi entrambe  le società hanno fatto ricorso a campagne di crowdfunding per finanziarsi, con Waverly Labs che ha raccolto oltre 4 milioni di dollari su Indiegogo.

Non dovremo più, dunque, imparare le lingue? E interpreti e traduttori spariranno entro qualche anno?

La risposta non può che essere affermativa, se non ci credete – in attesa degli auricolari – provate qualcuna delle app dei big del Web: ve ne convincerete anche voi.

A questo punto tutti aspettano maggio per provare le versioni definitive degli auricolari/interpreti  mentre sono sempre più insistenti le voci  che danno per certo che molti produttori di smartphone stiano per offrire i propri earbuds come comuni accessori, probabilmente a prezzi più competitivi.

Ecco, se qualcuno vi chiede il significato delle parole breakthrough o disruptive, raccontategli questa storia.